Idratazione Cutanea
Il parametro che definisce la quantità di liquidi conservata dallo strato corneo è comunemente indicato con il termine improprio di – IDRATAZIONE CUTANEA -.
Il nome è fuorviante, poiché il parametro che viene cosi indicato (e che assume importanza perché chiaramente correlato con l’equilibrio morfo-funzionale della pelle) non valuta il tenore di umidità dell’organo cutaneo nel suo insieme (derma ed epidermide) e neppure quello dell’intera epidermide, ma e riferito unicamente al tappeto superficiale di cellule cheratinizzate.
Il nostro organismo è costituito per il 70% acqua.
La concentrazione dell’acqua nel derma e negli strati epidermici vitali tende a rimanere costante, intorno al 60-70%, valore tipico di tutti i tessuti viventi.
Se il corpo non fosse rivestito da un involucro cutaneo quasi impermeabile, in grado di fare barriera all’intercambio molecolare, questo patrimonio sarebbe rapidamente disperso nell’ambiente, compromettendo il bilancio idrico sistemico e, quindi, la stessa sopravvivenza.
Sino a un recente passato, lo strato corneo era percepito, come un inutile ammasso di detriti, dal disfacimento cui si ritenevano le cellule dell’epidermide, andassero incontro al termine del loro ciclo vitale, dopo aver esaurito ogni attività.
Oggi sappiamo che lo strato corneo rappresenta il prodotto finale di un lungo e articolato processo di maturazione, le sue caratteristiche anatomiche e fisiologiche, rivela una complessità straordinaria, tuttora, inesplorata.
Questo apparato di frontiera, tra tessuti ricchissimi di liquidi ed un ambiente esterno, ogni giorno più aggressivo , e avido di liquidi, trovandosi al di là della barriera, non può richiamare acqua dai livelli sottostanti, la cui impervietà al transito di liquidi lascia, fatalmente, in un stato di relativa disidratazione.
La barriera cutanea è una struttura dinamica: le diverse componenti (corneo citi e cemento lipidico) sono soggette ad un continuo ricambio, che deve essere governato in funzione delle variabili esigenze imposte dalle circostanze ambientali e dagli stress cui l’epidermide è esposta.
Il ph dello strato corneo è mantenuto su valori lievemente acidi (4,5 – 6 ) grazie a una pluralità di fattori:
- l’attività di apposite pompe protoniche poste sulla membrana dei cheratinociti dello strato granuloso;
- la liberazione di acidi grassi;
- la sintesi di acido urocanico;
- la quota di acido lattico ;
- la idrolisi degli acidi grassi legati alle ceramidi;
- il rilascio di acidi grassi liberi, per lisi dei trigliceridi sebacei.
- Enzimi come la sfingomielinasi acida, che ricava ceramide dalla sfingomielina;
- La b-glucosilcerebrosidasi, necessarie per ottenere le ceramidi che compongono i lipidi intercorneocitari
- Idrolasi acide implicate nel remodelling dei lipidi intercorneocitari.
Molti aggressivi cutanei, come, ad esempio, i tensioattivi saponosi, possono alterare l’acidità superficiale, compromettendo le attività dell’epidermide che da essa dipendono:
- la difesa antimicrobiana
- la attività di numerosi enzimi che operano meglio in ambiente acido.
L’attività di questi enzimi si riduce quando il ph superficiale cutaneo devia verso valori neutri o alcalini.
La barriera cutanea e soggetta a subire continue sollecitazioni e vere e proprie aggressioni, per effetto delle circostanze ambientali che si protraggono a lungo, tende a provocare ulteriori alterazioni dell’architettura e della funzionalità dello strato corneo, determinando la comparsa di espressioni dermopatologiche.
Perduta la fisiologica plasticità, lo strato corneo disidratato subisce, a seguito dei movimenti corporei, una serie di fratture che ne compromettono la tenuta.
S’innesca, cosi, un circolo vizioso, nel quale il difetto di barriera e l’incongrua reazione cutanea si alimentano a vicenda, portando alla cronicizzazione della dermopatia.
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